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Storie di ordinaria follia: fammi il lavoro, quanto puoi pagarmi?

Publish date: 4 Aug 2020
Tags: covid stupidita persone italiani incompetenza follia smart-working

Anche se in precedenza ho parlato di Enti Pubblici, ho storie anche in merito ai privati. Se è infatti vero che, nella mentalità comune, è nel pubblico in cui si assiste a situazioni paradossali, posso assicurarvi che con certi privati le cose non sono meno “interessanti”.

Questa volta la storia è più breve. Un collega viene contattato da un suo amico che lavora presso un’avviata attività online. Hanno problemi di vario genere e hanno bisogno di affidabilità. A sua volta, dunque, cercava dei fornitori che fossero di fiducia e affidabili in quanto avevano già avuto una marea di problemi a causa dell’incompetenza di queste persone.

Appuntamento telefonico con il loro responsabile interno, persona gentile e affabile ma un po’ “sbruffona”. Niente di plateale, per cui si procede con l’ascoltare le loro esigenze.

Ciò che chiedono è abbastanza standard - se posso permettermi, anche più standard e banale di ciò che ci viene chiesto di fare di solito, per cui nessun problema. Si parla per quasi due ore e si trova un punto di partenza. Restiamo d’accordo che avremmo provveduto a mandare un’offerta (in linea con ciò che ci eravamo detti) e loro avrebbero valutato ma, ragionevolmente, accettato.

Visto il lavoro, l’offerta è stata media: concorrenziale senza dubbio, non di certo a ribasso in quanto il tipo sembrava un po’ pesante per cui, come tutela, abbiamo messo in conto un preventivo medio - salvo poi abbassarlo in eventuale fase di trattativa, considerando che spendevano (per servizi non funzionanti) più del doppio.

Dopo due giorni arriva la risposta: “la proposta economica è in linea con le nostre aspettative, l’impressione è stata ottima e le vostre credenziali sono ineccepibili. Manca solo un dettaglio: la responsabilità in caso di malfunzionamenti”.

Chiedo spiegazioni e un contatto telefonico, per capire. In questo tipo di lavori, infatti, i malfunzionamenti dovrebbero essere rari ma, quando si presentano, diventa sempre molto difficile identificare il “colpevole”. Che sia l’infrastruttura, o un loro dipendente che ha cancellato dati importanti per errore, oppure un problema esterno e non da noi risolvibile, di solito si concorda che si cerca di fornire il miglior servizio possibile, eventualmente con un tempo d’intervento concordato.

Arriva la telefonata. E da qui c’è da ridere: “noi abbiamo un grosso giro (nota: molto meno grosso della metà dei nostri clienti) e ogni volta che c’è un malfunzionamento subiamo una perdita. Come tale, non possiamo più permetterci queste perdite quindi vogliamo sapere esattamente il bilancio della vostra azienda, esattamente che tipo di risorse avete e (tenetevi forte) quanto i soci e/o amministratori possono rispondere con beni privati se noi riceviamo un danno. Noi capiamo che c’è qualcosa che non va se le vendite rallentano. In quel caso, diamo per scontato che sia colpa vostra e che qualcosa non stia funzionando”.

In pratica il concetto è questo: visto che la azienda per cui lavoro si prefigge di incassare tot l’ora per questo servizio, se non lo incasso io ipotizzo ci sia un colpevole voglio che quel quid non incassato me lo paghi qualcun altro.

Gli ho cortesemente spiegato che, a mio avviso, ciò che dice è fuori di testa. Lui, con una baldanza che, spero, perderà crescendo, rimarca che ha fatto questa promessa alla sua azienda e che essa sarebbe molto felice di ottenere un contratto del genere.

Non ho più risposto e dietro sollecitazioni di inviare lo stesso preventivo con le righe aggiunte, ho fatto capire che non avrei mai accettato una tale spada di Damocle.

Dunque compenso ridicolo e, loro pretesa, responsabilità infinita.

Non ho più avuto notizie, a parte aver saputo un anno dopo che stavano ancora cercando, in mano alla vecchia impresa e problemi a non finire.

Chi troppo vuol nulla stringe.

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