1. Volete un buon prodotto? No, volete solo che vi sia “venduto” bene!

    Si sa, la pubblicità è l’anima del commercio. Sotto certi aspetti è vero: l’interesse principale è quello di far conoscere il prodotto ma il consumatore, di rimando, tenderà a scegliere il prodotto a lui più famigliare. Alias, spesso proprio quello più pubblicizzato.

    Ok, questo lo capisco. Fino a questo punto ci arrivo. Quando però si parla di persone del ramo, questo non dovrebbe più valere. Se fossi un esperto di uova e lavorassi nel settore, non credo tenderei a comprare solo quelle con la scatola più colorata. Probabilmente i miei criteri di scelta sarebbero diversi. Più tecnici, più oggettivi, più ragionati.

    Sembrano banalità, ma non lo sono, per lo meno non nel settore informatico. Probabilmente la colpa è nel passato. Per troppi anni l’informatica l’hanno fatta solo i commerciali, che non ne capivano un tubo ma trovavano il modo di vendere. E ci riuscivano, poiché l’utenza era ignorante quanto loro, ma affascinata da incomprensibili paroloni (a volte inventati dal commerciale stesso per darsi un tono). “Con quella cravatta così bella, ti pare che possa dire una falsità?”

    Il risultato? Sia nel settore pubblico che in quello privato, siamo pieni di responsabili del settore informatico, di una certa età - ma spesso abbastanza distanti dalla pensione - che passano la giornata a sentire commerciali, proposte, attendere che qualcuno vada a presentare il proprio prodotto, e così via. Insomma, fanno poco e si limitano a dire che loro, in quel settore dell’informatica, non ne sanno molto per cui preferiscono rivolgersi ad aziende esperte. Si danno un tono, in quanto “responsabili”, ma tutto ciò di cui sono responsabili è decidere quale azienda esterna venga a fare quello che loro, in teoria, dovrebbero saper fare.

    Ma porca la miseria (e mi sto limitando, ricordiamoci che è un blog incazzato, questo), dovresti essere TU a dirmi cosa ti serve, TU a dirmi quello che vuoi ottenere, TU a farmi capire le tue esigenze, TU a sapere quale potrebbe essere la specifica soluzione, non attendere che qualcuno ti proponga qualcosa da vendere e che a te possa, in qualche modo, interessare un minimo. Se vado dal medico, non dico “dottore, indovini lei cosa mi fa male”. Gli spiego come mi sento. Niente da fare, è pieno di personaggi così. Sembra quasi che loro siano sul piedistallo e che attendano che le schiere di incompetenti commerciali si azzuffino per attirare la loro attenzione. Per convincerli a spendere soldi (non loro) per acquistare qualcosa, che li invoglino. A volte si ha davvero la percezione che siano dei sadici in attesa solo di vedere come cercherai di convincerli, che si divertano proprio a giocare col loro potere di scelta. Ecco, quando vedo queste cose faccio molta fatica a trattenermi. Vorrei sbattergli in faccia la propria ignoranza, la propria incompetenza, la propria inadeguatezza al ruolo. Mi verrebbe voglia di andarmene su due piedi, di non degnarli della minima attenzione. Invece mi diverto. Comincio a dare una spiegazione più tecnica possibile (ma mai inadeguata, competentemente tecnica), dando per scontato che “tanto queste cose le sta capendo, giusto? Come responsabile le avrà senz’altro viste mille volte!”. Loro, un po’ spaesati, annuiscono. Restano di sasso. Non sto dicendo “se acquisti il mio prodotto, ti regalo tre chili di patate e due di mele!” ma “vedi, il prodotto fa questo e in questo modo. Può essere utile, nella vostra realtà?”. Ah, che goduria. Farli crogiolare nella loro ignoranza. E se ne accorgono, oh se se ne accorgono! Iniziano a giustificarsi, a chiedere qualcosina, a trovare scuse per allontanarsi un attimo. Tentano di fuggire dalla palese dimostrazione d’ignoranza che stanno dando.

    Niente da fare. Trovare un responsabile che lo sia davvero (oltre che di qualifica e stipendio) è molto difficile, per non dire quasi impossibile. Si fanno fregare da tante parole e dalla peggiore delle frasi possibili: “Ma se è il più diffuso sul mercato, ci sarà una ragione”. Oppure, peggio: “no, quello che dici è inesatto. Il docente della ditta XYZ, durante un corso, ci ha spiegato che…”. Cosa vuoi che ti abbia spiegato??? Che quello che ti vuole vendere è il migliore sul mercato!

    Il risultato è comunque, di solito, positivo: “difficilmente chi viene qui a presentare conosce quello di cui sta parlando”. E si sentono in una botte di ferro, a quel punto. Fino alla realizzazione del lavoro, pendono dalle tue labbra. E sanno che, in caso di problemi, hanno un interlocutore sufficientemente competente. Per loro, sei considerato un genio. Pensa, sai fare il tuo lavoro! Una cosa incredibile, eh?

    Le cose, però, cambiano presto: alla fine del lavoro, sono loro a “dover guidare”. A quel punto torna fuori la loro ignoranza. Mille mail, mille messaggi, mille telefonate anche per le cose più banali. Questo accade sempre, costantemente. Perché di solito sono abituati a chi lavora coi piedi, mette in funzione qualcosa di instabile e incompleto e deve essere tarato per mesi. Non sono abituati a qualcosa che, citando una nota azienda di “mele”, “Just Works (©)”. Quindi guardano con sospetto ogni cosa che non va, anche che non c’entra nulla. “Alla segretaria non va la rete. Ho trovato il cavo di rete staccato dal computer. Credi sia colpa del nuovo server?” (domanda che mi è DAVVERO stata posta). Certo, ovviamente. Il server tira fuori braccia e gambe, di notte, si fa una bella passeggiata per tutti gli uffici (forse l’aria condizionata della sua sala è troppo forte?), e si diverte a fare degli scherzi. Stacca cavi di rete, rompe mouse e tastiere, butta a terra le cartacce. Poi, all’alba, come un vampiro, torna nel suo rack e ricomincia a fare (correttamente) il suo lavoro.

    Insomma, oggi ce l’ho con gli incompetenti con cui ho spesso a che fare.

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  2. La Parola a Cani e Porci

    La società evolve, in maniera inarrestabile. Cambiano gli usi e i costumi,

    cambiano le abitudini e la tecnologie. Cambiano i rapporti familiari,

    cambiano le interazioni tra gli esseri umani.

    Agli albori di Internet, pochissime persone erano in grado di accedere e

    interagire. Non tutti avevano un computer, connettersi voleva dire usare le

    rete telefonica di casa, tenerla occupata, spendere soldi in base al tempo

    di connessione.

    Quando il web era brutto e (apparentamente) semplice,

    chi aveva una passione e voleva

    condividerla con altri appassionati doveva studiare. Sapeva, anche solo un

    minimo, usare un computer e un programma adeguato, non semplice come oggi, ma spesso rudimentale e poco user-friendly.

    Poi è iniziata la moda

    di tutto su web, addio programmi specifici. I newsgroup sono stati

    abbandonati in favore dei forum, la posta elettronica è diventata appetibile

    quasi principalmente via webmail (decisamente più scomoda, ma più cool) e

    sono nati, col tempo, i Social Network. La posta elettronica, in uso non ufficiale o aziendale, è di colpo diventata obsoleta.

    A quel punto sono arrivate le

    masse. Chiunque può acquistare, per poche decine di euro, uno smartphone in

    grado di dare voce e diritto di parola. Molti lo hanno fatto. E molti

    questo diritto di parola lo pretendono. Senza aver mai mostrato alcuna

    ragione per meritare il diritto ad essere ascoltati.

    Ho dunque maturato la seguente teoria:

    Il bisogno di esprimere ed imporre la propria opinione è inversamente

    proporzionale all’educazione e alla cultura del soggetto interessato.

    E mi trovo abbastanza d’accordo col prof. Umberto Eco,

    anche se le sue

    esternazioni sono state rimaneggiate e parzialmente travisate dai giornalisti. Il concetto di base, però, resta valido e condivisibile.

    La rete è ormai invasa da flotte di cafoni ignoranti che tentano di imporre le

    proprie idee (nella quasi totalità dei casi dettate più da ignoranza che da

    conoscenza e ragionamento). I Social Network sono la loro tana, e da essi

    si sviluppano nei commenti dei blog, nei forum, ecc.

    Quasi tutti i webmaster, oggi, “collegano” i propri siti ai Social Network

    e i commenti di essi sono ormai onnipresenti, anche nel sito di origine. L’informazione è dunque viziata e

    quello che è peggio è che sta venendo fuori una generazione (sia di giovani

    che di attempati, non c’è differenza. Anzi, a onor del vero, in questo sono peggio i vecchietti) che crede che ciò che ha letto su internet sia Verità

    Assoluta. Una volta, per la stampa, il signor internet era pedofilo, in attesa che i bimbi navigassero senza controlli per accalappiarli. Oggi è diventato un

    Vate Onnisciente, e le foto dei bimbi nudi le pesca direttamente da quello che pubblicano i genitori, spesso più imbecilli ed esibizionisti di certi personaggi televisivi.

    Chiudo lo sfogo con un racconto: ricevo aggiornamenti, via Social Network,

    su alcuni dei miei interessi. A volte, per non dire quasi sempre, devo

    chiudere tutto prima di leggere i commenti. Gente senza alcuna cognizione

    di causa, senza alcuna conoscenza della lingua italiana (pur essendo

    italiana, anche di nascita, e magari che posta continuamente roba

    patriottica), che si mette in cattedra e tenta di impartire la sua verità

    assoluta. E schiere di imbecilli che, a vedere tanta determinazione,

    ammirano e approvano pubblicamente. Facendomi perdere, almeno per un po’ di tempo,

    qualunque fiducia nel genere umano.

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  3. Aiuto!!! È arrivato Caronte!

    Oddio, è arrivato Caronte! Un caldo boia, temperature da record, l’Italia invasa dalla morsa del caldo!

    Posso dire una cosa? Ma che cavolo volete? È estate, va bene? Siamo in Italia, va bene??? E in Italia, d’estate, fa caldo. Punto. E lo deve fare.

    Tutte queste storie, tutti questi nomi alle ondate di caldo. Fa caldo e basta. Se non vi sta bene, trasferitevi in Islanda.

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  4. Social Network: la Regola della cazzata

    Qualcuno mi spiega perché quando si pubblica qualcosa di concreto e profondo, a nessuno interessa mentre se alla cazzata rispondono tutti con un Mi Piace o un commento?

    Teoria:

    Il numero di apprezzamenti sui Social Network è inversamente proporzionale alla quantità di cervello necessaria a comprendere ciò che è stato pubblicato.

    Amen.

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  5. Cookie Law: fai schifo!

    Primo sfogo del blog (ce ne sono molti altri pronti, solo da trascrivere, ma uno alla volta):

    la Cookie Law

    La Cookie Law nasce per creare delle norme ben precise sulla tracciabilità dei nostri movimenti attraverso Internet. Nasce per evitare che le grandi aziende sfruttino le nostre abitudini per mandarci pubblicità mirate, servizi specifici, per studiarci.

    La Cookie Law fa schifo. Punto. Le grandi aziende si sono messe in regola facendo creare, a stuoli d’avvocati, una lunghissima informativa che NESSUN utente leggerà mai. Continuerà ad utilizzare il sito come ha sempre fatto, annoiato dal consenso in più da prestare, e continuerà a scrivere i fatti suoi sui social network.

    La Cookie Law ha penalizzato solo i webmaster di piccoli/medi siti, che magari utilizzano (o utilizzavano) alcuni plugin per offrire delle funzioni o dei servizi.

    La Cookie Law prevede multe salatissime, talmente alte da mettere in ginocchio intere imprese, se dovessero sbagliare e installare un cookie prima dell’ok.

    La Cookie Law, per me, se ne può andare a quel paese: questo blog non ha alcunché che possa rientrare nella suddetta antipatica norma. Questo sito non installa cookie, non mi interessa sapere cosa leggete, non mi interessa vedere come vi muovete sul sito, non mi interessa sapere che browser usiate e che sistema operativo avete installato sul vostro dispositivo. Non mi interessa guadagnarci o mandarvi pubblicità di alcun tipo, non mi interessa sapere se poco prima di venire qui siete stati su qualche altro sito.

    La gente dovrebbe iniziare a studiare lo strumento informatico, i suoi pericoli e le sue insidie; è inutile legiferare per continuare a tutelare chi non vuol essere tutelato.

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